Per quanto, col tempo, l’uomo abbia imparato a mostrarsi il meno animale possibile, rimane radicata nella nostra natura una componente troppo importante: le emozioni.
Spicca tra le universalmente conosciute, e riconosciute, la paura, la vibrazione forse più primordiale. È esattamente questa sua natura primitiva, a rendere la paura il mezzo perfetto per inibire, fermare, manipolare. Infatti, sebbene il grande vanto della nostra generazione consista nella libertà di pensiero, parola, espressione, la società viene spesso controllata attraverso la concatenazione di eventi che creano in noi paura.

 
 

Gli esempi nella storia più contemporanea sono tanti, ma da un’analisi più approfondita dell’argomento è nata in noi la volontà di raccontare una storia italiana che nel panorama internazionale passa spesso in secondo piano. La storia delle mafie, organizzazioni silenti nelle quali la paura ha un ruolo fondante.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fatturato

I sistemi mafiosi basano il loro potere, e quindi la loro influenza a livello di infiltrazione negli affari economici, sulla quantità di denaro a loro disposizione. Più è ricca l’organizzazione, a più affari potrà avvicinarsi, maggiore sarà la sua importanza. Più paura sarà in grado di incutere.


Il fatturato medio annuo complessivo delle organizzazioni criminali in Italia ammonta a circa:

 
 
 
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di cui:
 
 
 
 
 
 
 

Nelle mafie la paura si declina in diversi modi assumendo le sembianze più svariate. La paura non è solo usata come arma verso l’esterno, ma esercita anche un ruolo fondamentale nell’educazione degli affiliati.

 
 



 
 
 
 
 
 
 

Omicidi

Spesso la paura si incute grazie all’uso della violenza. Ad oggi le vittime della criminalità organizzata sono per la maggior parte affiliati, morti negli scontri fra clan, o parenti di collaboratori di giustizia. Le statistiche suggeriscono una risalita del trend degli omicidi.

 
 


 
 
 



 
 
 
 
 
 
 

Azione statale

La paura ha la forza straordinaria di plasmare la società a favore di chi la usa e, in un contesto caotico, può portare all’affermazione di organizzazioni criminali. Queste, grazie a una comunicazione ben definita ed efficace, prendono il sopravvento su chi al contrario non ha potere agendo in due modi diversi: proteggendolo o minacciandolo.


Chi non può o non vuole avvalersi della protezione dell’organizzazione criminale a cui apparteneva, cerca quella dello Stato Italiano.

 
 
 
 

1319

Pentiti e testimoni inseriti in programmi di protezione in Italia

 

4927

I rispettivi familiari a loro volta protetti da un programma statale

 
 
 
 
 
 
I dati sono un modo veloce ed efficace per visualizzare la portata di un evento. Ma la paura è un’emozione, uno stato d’animo intraducibile in numeri e grafici. Di cosa ha paura un mafioso e come utilizza la paura per affermarsi? Bisogna provarla, viverla e se ciò non è possibile, almeno averne un esempio concreto e tangibile. Una storia. Il racconto di un fatto realmente accaduto, uno dei tanti, uno dei mille che si perdono ogni giorno nella fittissima rete tessuta dalle mafie.
 
 
 
Emanuele Sibillo a 15 anni
 
O' Sistema
È gennaio 2011, quando Emanuele Sibillo, a 15 anni, viene arrestato per la prima volta. L’accusa di possesso abusivo d’armi gli costa un periodo in comunità, dove mostra grande rispetto nei confronti degli insegnanti e, a detta della responsabile, una certa “attitudine a fare il capo”. Emanuele si distingue dai compagni, è educato, rispettoso delle regole, molto intelligente e bravo a parlare. Trasferito dal carcere in un’altra comunità, partecipa a un corso di giornalismo televisivo, grazie a cui fa interviste e impara a montare video.
 
 

“Io credo che la malavita organizzata abbia più paura delle penne, delle intelligenze, che delle pistole... Questa è la mia teoria, la tua? Sei d’accordo?”

Samuele Ciambriello intervistato da Emanuele

 
 
 
 
Ma Emanuele non è d’accordo. Crede fermamente che violenza e paura abbiano risultati ben più importanti della cultura.

Sempre in comunità Emanuele legge anche la biografia di Michele Zagaria, boss camorrista del clan dei Casalesi. Si interessa particolarmente alla vita della sua città e grazie ai giornali riesce a restare informato su tutto ciò che accade al di fuori dalla comunità. Pochi mesi dopo Emanuele fugge, ma viene presto arrestato e incarcerato a Nisida, dove rimane fino a dicembre 2012, quando, il giorno di Natale, viene scarcerato.

Durante la reclusione, Emanuele ha modo e tempo di studiare un piano dettagliato e organizzare, a partire da Forcella, la presa di Napoli.
 
 
 
 
 
 

“Pure Emanuele voleva comandare,
ma Emanuele aveva un’altra testa,
aveva cervello”

Mariarka, fidanzata di Emanuele

 
 
Nel 2013 quasi tutti i vecchi boss sono in prigione ed Emanuele, come molti altri giovani, inizia ad affermarsi nella rete dei clan napoletani.
Napoli è scenario di una infiltrazione di diversi gruppi di ragazzi che non temono l’uso della violenza, anzi, la prediligono a qualsiasi altro mezzo, pur avendo obiettivi che non la richiederebbero in misure così estreme. È proprio l’assenza dei capi a rompere l’equilibrio anche dei clan più affermati. A Emanuele si affiancano infatti giovani provenienti da importanti clan, tra cui i Giuliano e gli Almirante. Inizia qui la trasformazione di Emanuele in ES17, il sedicenne che vuole conquistare Napoli con la violenza e la paura.
Emanuele inizia a circondarsi di compagni, quasi fratelli, e ad allontanare chiunque non meriti la sua fiducia. Sta creando un clan, una rete che lo possa portare alla sua ascesa e conosce perfettamente i rischi a cui va incontro.
 
 
Valori
Emanuele ha bisogno di persone pronte a difenderlo, disposte a dare la vita per lui se necessario, persone che condividano i suoi stessi valori. Potere, controllo, rispetto e orgoglio sono alcuni degli obiettivi che ES17 riesce a ottenere. Incutendo paura, Emanuele riesce a guadagnarsi il rispetto delle persone e dei suoi e così facendo acquisisce sempre più potere sulla popolazione di Forcella. Il suo controllo è talmente forte che nell’aprile 2013 scoppia una guerra col clan dei Mazzarella e i loro affiliati Buonerba, detentori della piazza di Forcella, per gestire il traffico di droga e le estorsioni.
 
 
Tra 2013 e 2014 le “stese” di Emanuele mettono Napoli a ferro e fuoco. Seminano il terrore, fanno sapere a tutti, cittadini ed eventuali rivali, che quel territorio è loro e che non vanno sfidati. Un mezzo per affermarsi e autolegittimarsi che punta tutto sulla paura e sulla sottomissione. Corrono sui motorini per i quartieri e sparano in aria, sette, nove, diciotto colpi. Tutti in una volta, come urlare. Lo fanno i ragazzi di ES17. Lo fanno i loro rivali.
 
 

“Qui mi sembra il Far West. Mi hanno detto che stanno tutti (incomprensibile), pure i bimbi...”

Intercettazione telefonica emessa dal GIP di Napoli

 
 
 
 
 
Nel mezzo di questa guerriglia urbana Emanuele mostra una particolare preoccupazione. Ha l’impressione di vivere in un mondo di infami, dove lo stato non esiste e la prima regola è non farsi ammazzare. Sparare per non essere sparato. Sa di non potersi fidare, sa di dover bastare a se stesso. L’infame diventa così la figura che incarna l’odio di ES17.
 
 

“Con gli infami per di dietro non si poteva andare avanti. Cioè Forcella è piena di infami. Io non posso convivere dove ci sono diecimila infami”

Intercettazione telefonica, parla Emanuele

 
 
 
 
L’infame tradisce, non ci pensa due volte a voltarti le spalle nel momento del bisogno. L’infame ti spara alle spalle se necessario e a furia di vivere con gli infami lo si diventa. Emanuele non vuole essere un infame. L’infame non ha valori, anzi, incarna il rifiuto per tutto ciò in cui Emanuele crede. L’infame non rispetta. L’infame ignora volutamente il potere di chi tradisce. L’odio di Emanuele per gli infami è, in un certo senso, frutto della paura. Paura di essere tradito. Paura di non poter contare su nessuno.
 
 
 
Una delle poche persone che sente veramente vicine è la sua fidanzata, Mariarka. Dopo ogni corsa in moto, Emanuele torna da lei nella casa dove vivono insieme. A 18 anni non diventa solo un pericoloso boss, ma anche padre del suo primogenito: Mattia.
 
 
 

“Proprio dopo che era nato Mattia si fece il taglio con la cresta. Come se diventato padre doveva essere pure capo”

Mariarka

 
 
Protezione
e minaccia
Nel 2015 ES17 raggiunge il suo apice: il mercato della droga e delle estorsioni sono sotto il suo comando, ma inizia anche ad attirare su di sé, e sul suo clan, le attenzioni degli inquirenti. Le preoccupazioni di Emanuele non sono però solo legate alle forze dell’ordine. Infatti, come sostiene la fidanzata Mariarka, con l’aumentare del potere crescono in Emanuele anche la preoccupazione e il timore. Emanuele ha paura, ma non lo dimostra. Solo con pochi intimi mostra questa inquietudine, tra questi la fidanzata e pochi compagni molto fidati. Ed è proprio Mariarka ad essere protetta in una sera inquieta.
 
 

“Uhè Marià.. dove stai? (...) Salitene Marià! Salitene!”

Intercettazione telefonica, parla Emanuele

 
 
 
 
Mariarka ascolta Emanuele, sa che la cosa migliore è fidarsi, e abbandona la strada dove si trovava.
Le volte in cui protegge i suoi cari e affiliati sono tante, ma sono altrettante quelle in cui minaccia i rivali. Il 15 Giugno le forze dell’ordine arrestano una sessantina di giovani affiliati, mentre ES17, insieme al fratello Pasquale, riesce a sfuggire al blitz.
A 19 anni Emanuele diventa latitante con un’accusa di associazione mafiosa.
 
 

“Ascoltami, io forse dmn butto telefono e skeda. [...] Ora nn pss parla più... mi farò vivo io se potrò, ti amo!”

Messaggi inviati da Emanuele a Mariarka durante la latitanza

 
 
 
 
È proprio questa assenza a portare una rottura nel potere di ES17. I Buonerba infatti si ribellano a ES17 decidendo di non pagare più il pizzo. La reazione è delle più violente. Per intere giornate ES17 e i suoi sparano. Via Oronzio Costa diventa, fino al 2 luglio 2015, teatro di un’offensiva armata. A cavallo tra l’1 e il 2, nel caldo serale di Napoli, qualcuno apre ancora una volta il fuoco. È un’altra delle stese che vede come parti opposte i Sibillo e i Buonerba, ma questa volta l’esito è diverso. La strada è perfetta per un’imboscata: è chiusa e non dà possibilità di fuga.
 
 
 
Emanuele quella sera, nonostante non fosse nei suoi piani, decide di unirsi alla stesa insieme ai suoi, viene riconosciuto e colpito alle spalle. Un colpo preciso nel mezzo della schiena, a sparare uno dei Buonerba. Una corsa forsennata a bordo di una delle moto. Direzione, Loreto Mare, ospedale. All’arrivo ES17, Emanuele, è già morto. I suoi lo trascinano nell’atrio e scappano prima che la Polizia possa interrogarli. Mariarka raggiunge l’ospedale e, appresa la notizia, sviene. È incinta di quattro mesi del secondogenito, Emanuele.
 
 
Epilogo
Qual è l’eredità di Emanuele? Non esiste un’unica verità in risposta a questa domanda, la storia di Emanuele Sibillo è talmente sfaccettata da riportare finali differenti a seconda dei punti di vista. Emanuele ci lascia tante cose, ES17 altre.
 
 
 
ES17, il boss 19enne, lascia un’immagine ben chiara nelle menti dei giovani napoletani. Quella di un ragazzo forte, che è riuscito a spodestare i clan locali, conquistando la sua stessa città. Un idolo per tanti ragazzi, un punto di riferimento. Allo stesso tempo una vittima innocente, quasi un martire. Il boss che si è meritato una statua in via Oronzio Costa, dove è stato ucciso. Lascia anche, nella mente di molti adulti, oltre a un forte senso di tristezza e sconfitta, la preoccupazione di una situazione sociale molto delicata. Chissà quanti altri ES17 sono già nati. Perché Emanuele Sibillo, ES17, ha lasciato un’immagine di sé talmente forte che tanti ragazzi più giovani hanno iniziato ad imitarlo. Stesso taglio di capelli, stessa barba, il tatuaggio sul petto.
 
 
 
Poi c’è Emanuele, fidanzato di Mariarka e padre di Mattia ed Emanuele, che rimane il ragazzo educato, intelligente e ancora un po’ bambino dell’inizio, seppur con un po’ di disincanto. È proprio Mariarka a riflettere sul futuro della sua famiglia con grande consapevolezza. Mattia ed Emanuele saranno sempre i figli di ES17 e lei la sua fidanzata. Anche Mariarka ha paura, sa di essere rimasta sola, sa di portare con sé un nome che incute timore, ma sa anche di voler dire ai suoi figli la verità. Deve dir loro chi è stato il loro padre, come è morto. Vuole che conoscano la verità per sapere a cosa può portare la camorra. Mariarka spera di poter vedere i figli lontani dall’ambiente malato delle mafie, ma non si illude di poter vedere questo desiderio realizzato.
 
 

“Ma sono sempre e saranno sempre i figli di Sibillo. E a Napoli è assai difficile una vita diversa e allora voglio che quando crescono se ne vadano da qui.”

Mariarka

 
 
 
 
 
 
 

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Prof. Matteo Moretti